domenica 24 maggio 2009

Spaghetti alle vongole e pomodorini

Ricordi
Metti una sera d'estate. Il sole tramonta sulla mia terrazza di Barcellona. I gabbiani volano basso e planano su Palau Guell. Una nave appena arrivata in porto emette il suo barrito d'elefante. Il pavimento di mattoni è ancora caldo del sole del giorno. Ho steso un tappeto di paglia che ci punge le gambe, ma allontana il calore. Niente tavola da apparecchiare. Le stoviglie su tovagliette di vimini direttamente sulla stuoia. Nei piatti bianchissimi spaghetti alle vongole e rossi pomodori datterini. Un'abbondante spolverata di prezzemolo rende il contrasto ancora più vivace. Dalla bottiglia di vino bianco appena uscita dal freezer scivolano gelide goccioline di condensa. Lui lo versa nei bicchieri: è frizzante e leggermente acidulo. Il profumo della salsedine ancora sui capelli, o sarà la brezza leggera che arriva dritta da Barceloneta.

Ci sono momenti che non dimentichi. Momenti magici in cui sei esattamente dove vorresti essere. In cui la vita ha le sfumature dorate di un tramonto d'estate. E pensi che non potrà mai essere più perfetta. In quei momenti, quasi sempre, avevo davanti un piatto speciale che fa parte del mio essere oltre che del mio quaderno di cucina. Un piatto che è entrato nei miei ricordi insieme a degli odori, dei colori, delle persone e dei luoghi speciali. Perché siamo fatti principalmente di sensi e di emozioni. E della cucina, come della scrittura, mi piace questo: che riesce sempre a stuzzicare i sensi dando vita ad emozioni indimenticabili.

Gli spaghetti alle vongole, per me sono uno di quei piatti che fanno subito casa, ricordo della mia Sicilia fatta di sole, di mare e di colori vividi. Cucinarli per me è una specie di rito. Una serie di gesti, di operazioni e di attese che si ripetono da anni nella mia famiglia e che hanno un senso al di là del loro risultato. Le vongole lasciate a bagno in acqua fredda e sale grosso nell'acquaio per ore. La cura nell'estrarle e risciacquarle per evitare di trovarsi a sgranocchiare sabbia e frammenti di conchiglie. Io e mia sorella che raccogliamo prezzemolo dai vasi sul balcone. L'odore acre dell'aglio mentre lo sbucci. Il profumo insistente del pomodoro appena pelato. Il borbottare della pentola e il tintinnare delle vongole che si aprono in acqua bollente.

Sarà per questo che gli spaghetti alle vongole sono diventati il piatto che scelgo con orgoglio per gli eventi importanti, quando c'è qualcosa da festeggiare, quando il mio fidanzato torna da un lungo viaggio, quando ho a cena come ospiti amici speciali che vogliono provare un assaggio della Sicilia segreta che porto dentro, quella che nessun ristorante, nessun documentario e nessun libro di cucina potrà mai riuscire a farti vedere.

La ricetta
Il rito inizia dalla scelta degli ingredienti. Occorrono le vongole veraci, più fresche e più grandi possibile. E poi del pomodoro rosso e profumato. Impossibile qui in Spagna ritrovare l'odore e il sapore di quello che coltiva mio padre in Sicilia come hobby tra una lezione di matematica e un consiglio di classe, ma andando al mercato della Boqueria e cercando bene si può trovare qualcosa di rassomigliante. E poi occorrono i pomodori datterini. Piccoli pomodori come quelli di Pachino, ma dalla forma allungata, a pera, rossissimi e dolcissimi. E poi aglio, tanto prezzemolo fresco e un buon vino bianco. Non serve altro. Gli spaghetti, li scegliete voi. A volte io uso anche quelli integrali. E le persone con cui condividerli, quelle speciali che volete coccolare, anche quelle, sceglietele con cura. Sono vostre, soltanto vostre.

In Sicilia, per la pasta alle vongole, esistono due scuole di pensiero: la scuola Bianca e la scuola Rossa. La scuola Bianca crede in una sola ricetta: e non contempla il pomodoro. Vongole, aglio e prezzemolo. Tuttalpiù sfumati leggermente con un goccio di vino bianco. Si esaltano le vongole e non occorre altro. La scuola Rossa prevede l'inclusione della polpa o persino della salsa di pomodoro nella ricetta. E niente vino bianco. Io le ho provate tutte, ovviamente. E mi piacciono tutte. Ma come sempre, credo che la verità stia nel mezzo. E la ricetta migliore, per me, è una via di mezzo tra l'una e l'altra: pomodoro a pezzi, non troppo, e un goccio di vino bianco.

Ingredienti
500 g di vongole veraci, 200 g di spaghetti, 4 pomodori molto maturi, 200 g di pomodorini datterini, 1/bicchiere di vino bianco, 1 grosso spicchio d'aglio, abbondante prezzemolo tritato, 1 peperoncino fresco, sale, olio extravergine di oliva.

Procedimento
Prima di preparare il piatto occorre mettere a bagno in acqua salata le vongole per farle spurgare. Meglio se potete lasciarle per una notte intera. Prima di cuocerle, estraetele dal recipiente con delicatezza, in modo da lasciare sabbia ed eventuali residui sul fondo. Scottate le vongole in abbondante acqua bollente: attenzione a non lasciarle troppo o diventeranno gommose e perderanno profumo e sapore, basta lasciarle il tempo necessario affinché la conchiglia si apra. Se ne resta qualcuna chiusa, buttatela via: probabilmente non è fresca. Mettere da parte le vongole più grandi e belle per la decorazione e sgusciare le altre. Filtrate e mettete da parte mezzo bicchiere dell'acqua di cottura delle vongole.

Intanto, preparare la salsa di pomodoro. Versare dell'acqua bollente sui pomodori e lasciarveli per 3 minuti. Dopodiché estrarli e pelarli. Tagliarli a pezzetti molto piccoli in una padella in cui precedentemente avrete fatto dorare lo spicchio d'aglio in due cucchiai d'olio, mettere il coperchio e lasciar cuocere a fuoco lento. Dopo 10 minuti di cottura se necessario aggiungere una punta di zucchero e 1/2 cucchiaino di sale. Aggiungere le vongole sgusciate. Sfumare con il vino bianco e l'acqua di cottura delle vongole e lasciar addensare a fiamma alta. Se necessario aggiustare di sale. Quando è pronto aggiungere abbondate prezzemolo tritato, il peperoncino spezzettato e un filo d'olio.

Cuocete gli spaghetti in abbondante acqua salata e intanto saltate per 5 minuti a fiamma alta i pomodori datterini tagliati a metà in una padella con uno spicchio d'aglio e una cucchiaiata d'olio d'oliva. Scolate gli spaghetti al dente e versateli nella padella con il sugo di vongole, aggiungete i pomodorini saltati e mescolare bene il tutto. Decorate con le vongole nel guscio tenute da parte e se volete dell'altro prezzemolo tritato. Vino bianco secco e frizzantino per accompagnare. Freddissimo. E buoni ricordi anche a voi.

domenica 10 maggio 2009

Pancakes allo yogurt


Ormai è diventata la tradizione della domenica mattina. Qui a casa si fa colazione con i pancakes. Perché uno la domenica ha voglia di cose coccolose. Di poltrire a letto, di non far niente, di mangiare bene, di coprirsi il viso di maschere naturali e dedicarsi del tempo, magari leggendo un libro all'aria aperta. Abbiamo iniziato con una ricetta trovata sul blog di Cavoletto e da lì via con le modifiche e le personalizzazioni fino a raggiungere questa qui che ha di buono che è leggera, che è facile e che i pancakes vengono belli alti e soffici.

In tutto questo c'è stato un momento in cui abbiamo provato un preparato proveniente nientepopodimeno che dal Canada, portato da un collega della mia coinquilina, dritto dritto da Toronto con un bel fiaschetto di preziosissimo sciroppo d'acero. Perché qui a Barcellona lo sciroppo d'acero costa un occhio. Oro liquido, altroché. E poi al supermercato comune non si trova, occorre andare nei negozi di erboristeria e alimentazione biologica. Il preparato canadese però aveva varie cose che non mi convincevano. Un artificioso sapore di burro e ingredienti tutt'altro che naturali. Certo, i pancakes gonfiavano da far paura e si depositavano sullo stomaco per tre ore buone impedendoti qualsiasi movimento. Ma non è questa l'idea di cucina che stimo.

Con questa ricetta di pancakes allo yogurt fatti in casa invece, e con ingredienti "veri", ti fai passare uno sfizio e mangi sano. Poco burro e zuccheri, yogurt magro, uova biologiche e sciroppo d'acero, ovviamente. Lo sciroppo d'acero, insieme al mirtillo, è una delle ultime fissazioni della mia mamma salutista. La panacea di quasi tutti i mali che mi viene consigliata a qualsiasi disturbo. Non hai digerito? Acqua bollita con sciroppo d'acero! Ti senti il fegato a pezzettini? Dolcificati una tisana detox con lo sciroppo d'acero! Il tuo ragazzo è senza lavoro e depresso? Rimpizalo di sciroppo d'acero, figliola, tira su meglio della cioccolata.

Al di là delle infatuazioni più o meno durature della mia mamma, sembra davvero che lo sciroppo d'acero sia ricchissimo di sali minerali, specialmente potassio. E poi calcio, ferro e vitamina B1. Ha un basso contenuto di zuccheri, per cui è consigliato come dolcificante anche per i diabetici. Infine ha proprietà rinfrescanti ed energizzanti ed è consigliato in casi di gastrite e problemi intestinali. C'è persino chi consiglia per disintossicarsi un giorno di totale astinenza dal cibo e di bere contestualmente due litri d'acqua in cui siano stati disciolti 4 cucchiai di sciroppo d'acero. Senza raggiungere questi limiti, io ho adottato lo sciroppo d'acero nella mia dieta quotidiana. Ci dolcifico le tisane digestive e detox e ci condisco questi incredibili pancakes della domenica mattina. Ecco la ricetta:

Ingredienti (per 2 persone)
120 g di farina, 1 uovo, 125 g di yogurt magro naturale, 75 g di latte, 25 g di burro sciolto a bagnomaria, 1 cucchiaio di zucchero di canna, 1 cucchiaino di lievito, 1/2 cucchiaino di bicarbonato, una punta di zucchero vanillinato, 1 pizzico di sale.


Procedimento
In un recipiente sbattere con il frustino l'uovo con il sale, aggiungere il latte, lo yogurt e il burro e poi tutti gli ingredienti secchi mescolati, continuando a mescolare con il frustino.
Quando il composto è omogeneo versarne un mestolino in un padellino antiaderente preriscaldato. Far cuocere a fiamma bassa. Più è bassa più i pancakes si gonfieranno. Quando il pancakes si è coperto di buchi in superficie è il momento di girarlo. Ultimare la cottura sul secondo lato, depositare su un piatto e condire con un giro di sciroppo d'acero. Aggiungere i pancakes cotti uno dopo l'altro, in modo da formare la caratteristica "torre".

domenica 23 novembre 2008

Risotto alla zucca e semi di papavero


Mese temuto, novembre. Capita sempre qualche catastrofe. Qualcosa di imprevisto che sopravviene a scombussolarmi la vita. Immancabile, anche quest'anno il terremoto è arrivato. E come sempre, subito dopo l'effetto disastroso è seguito il momento in cui, se vuoi sopravvivere, non puoi che intimarti reagisci-che-non-tutto-il-male-viene-per-nuocere.

Così dopo due settimane in cui ho visto la mia cucina solo da lontano e non ho avuto voglia di avvicinarmi a un fornello più di quanto ne abbia avuta di avvicinarmi a un pasto che avesse un aspetto vagamente cotto, finalmente ho aperto il frigo, ci ho trovato un pezzo di zucca comprata in tempi non sospetti e quasi sul punto di arrendersi, e così, senza un perché, mi è venuta la voglia irresistibile di cucinarci qualcosa insieme.

Insomma, diciamoci la verità. Il perché in realtà c'è. Anzi più di uno. Il motivo principale è che dove lavoro hanno avuto la brillante idea proprio quel giorno di farci fare un'attività socializzante. Guarda caso l'attività in questione è stata un'inaspettato laboratorio di cucina messicana. Ed è stato lì tra un crostino ai frijoles e gli avocado per la guacamole, mentre insieme al mio collega di scrivania che solitamente a quell'ora testa indefessamente videogiochi trituravo terapeuticamente un pomodoro sanguinolento e mazzetti di coriandolo dal profumo acre, che la guarigione è avvenuta: mi è tornata voglia di cucinare.

E oltre alla voglia di cucinare e di scrivere, ho (ri)scoperto che la mia vita è fatta di tante cose, tante persone, tanti amici e che mai andrebbe corso il rischio di concentrarsi su un solo elemento, per quanto importante, fino a metterlo pericolosamente in bilico al centro del proprio mondo. Era quello che avevo fatto. Gli sbagli si pagano. Tanto vale sbrigarsi a pagare, ma senza compromettere tutto il resto. Due anni sono passati e ogni due anni cambia la mia vita. E ogni fine è sempre un inizio di qualcosa di ancora più bello. Stavolta per me l'inizio è coinciso con la preparazione di un piatto: il risotto alla zucca e ai semi di papavero. Così buono e così terapeutico che è una settimana che lo cucino e lo mangio un giorno sì e uno no. Ma a non voler cadere in queste esagerazioni vale davvero la pena provarlo.

Ingredienti
500 g di zucca, 300 g di riso per risotti, 1 cipolla piccola, 1 bicchiere di vino bianco, 1 dado vegetale senza glutammato, 3 cucchiai di parmigiano grattuggiato, 50 g di burro, 2 cucchiai di semi di papavero, 1 cucchiaio d'olio, sale q.b.

Procedimento
Mettere un litro d'acqua a bollire in un pentolino. Intanto tritare finemente la cipolla e metterla a stufare a fuoco moderato in una pentola dal fondo spesso con un cucchiaio d'olio e due cucchiaiate d'acqua. Quando l'acqua si è asciugata e la cipolla imbiondita, aggiungere la zucca privata dei semi e della buccia e tagliata a dadini. Mettere il coperchio e lasciar cuocere per 5 minuti. Quando la zucca si è un po' ammorbidita e asciugata, aggiungere il riso e tostare sul fuoco vivace mescolando perché non si attacchi per qualche minuto. Versare il vino e lasciar evaporare. Aggiungere un paio di mestoli d'acqua bollente fino a coprire il riso e mettere il dado. Lasciar cuocere a fuoco moderato e continuare a versare l'acqua a poco a poco fino a completa cottura del riso. Quando il riso è cotto e ha assorbito l'acqua, aggiustare a piacere di sale e versare i semi di papavero. Mescolare bene, aggiungere il burro e il parmigiano e mantecare per un minuto. Scendere dal fuoco e lasciar riposare per un minuto prima di servire.

domenica 2 novembre 2008

Paste ai pinoli o panellets de piñones?


Una delle prelibatezze siciliane che mi mancano di più? Le paste di mandorla, sigh... :( Quei peccaminossimi dolcetti fatti di mandorle, pistacchi, pinoli, con le loro infinite varianti farcite, colorate, glassate. Che come scrisse qualche mese fa un'altra blogger, "ingrassano al solo sguardo".

Fortuna che la Catalogna e la Sicilia orientale hanno tantissime cose in comune. Nella lingua e nella cultura gastronomica in particolare. In questo periodo autunnale uno dei dolci tipici di Barcellona è un vassoio di dolcetti di marzapane che sembrano bomboniere, il più tipico dei quali ha la forma di una pallina rivestita di pinoli dorati. In Sicilia ci sono anche, sono delle paste di mandorla allungate rivestite di pinoli. Sembrano identici, anche come consistenza e sapore, ma in realtà quelli catalani hanno una piccola differenza. Mentre quelli siciliani sono fatti solo di mandorle, miele e pinoli, qui in Catalunya parte del composto di marzapane è fatto con una patata farinosa e dolce, dalla buccia e dalla polpa rossa e dalla forma irregolare, che qui chiamano "boniato" e che mangiano come dessert il sabato insieme alle castagne. Ha un po' il sapore della zucca e da cotta anche il colore.

Tutti i supermercati qui ne sono invasi. Sia di boniatos che di questi buonissimi dolcetti ai pinoli, i "panellets". Qualche giorno fa, al supermercato mi sono persino imbattuta in un volantino con la ricetta. Simpatica idea: qui non vendono solo i dolcetti già pronti, impacchettano in un vassoio tutto l'occorrente per fare i panellets, ti aggiungono la ricetta e ti sfidano con un "Perché non provi a farteli da sola"? Sfida accettata naturalmente, anche perché sono uno dei miei dolci siciliani preferiti. E fare il marzapane base è davvero facilissimo e veloce. La parte un po' più complicata è la copertura (che, oltre che con i pinoli, si può fare con il cocco essiccato o le mandorle tritate grossolanamente) e i tempi di cottura.

I dolci catalani sono così belli che sembrano finti. Hanno un'aria giocattolosa, tanto perfetta che è un peccato mangiarli. I catalani si sbizzarriscono anche con le decorazioni dei panellets: coloranti, ciliegine, scaglie di cioccolato, zucchero.Visto che le feste di Tutti i Santi sono i giorni d'elezione in cui si mangiano i panellets e oggi piove a dirotto e non ho nessuna voglia di uscire, vi lascio la ricetta e corro a rifarli, visto che ho anche una bella patata "boniato" che mi aspetta e vari ingredienti per decorarli.

Ingredienti
Per il marzapane base: 250 g di farina di mandorle, 200 g di zucchero a velo, 1-2 albumi, 150 g di patate o boniatos, buccia di limone grattuggiata, 1/2 cucchiaino di vanillina.
Per la decorazione: 2 tuorli d'uovo, pinoli, farina di cocco (circa 100 g).

Procedimento

Bollire le patate con la pelle, una volta cotte, pelarle e schiacchiarle bene con una forchetta. Ottenuto il purè, lasciarlo a raffreddare e intanto mescolare lo zucchero a velo con uno degli albumi d'uovo e la vanillina. Aggiungere le mandorle tritate e il limone grattuggiato a piacere (sono buonissimi anche con mezzo cucchiaino di acqua di fiori d'arancio invece della buccia di limone), infine il purè di patate. Mescolare poco, fino ad ottenere una pasta omogenea e facile da lavorare. se il composto dovesse risultare poco malleabile aggiungere il secondo albume. Con questo composto base adesso è possibile creare qualsiasi tipo di panellets.

Per i panellets ai pinoli: formare delle palline grandi come un Bacio :) Passarle nel tuorlo d'uovo sbattuto e poi rivestirle bene di pinoli crudi.

Per i panellets al cocco: mescolare la stessa quantità (in volume non i peso) di marzapane e farina di cocco. Formare delle palline con questa pasta e dargli la forma di un cono (vedi foto). Passarle nel tuorlo d'uovo sbattuto e poi nel cocco grattuggiato.

Per i panellets alle mandorle: esiste una terza variante dei panellets che non ho ancora provato, dalla forma ovale e una copertura di granella di mandorle. Si procede allo stesso modo: si dà alla pallina di marzapane base una forma allungata, stavolta si passa nell'albume sbattuto invece che nel tuorlo e poi nella granella di mandorle.

Cottura dei panellets: metterli su una placca da forno rivestita di carta forno e cuocerli a temperatura elevata (225 gradi) per 8-10 minuti, finché non saranno dorati. La variante con la ciliegina è una mia invenzione. Si schiacchia una pallina di composto, si mette sopra mezza ciliegina e si cosparge di granella di zucchero.

sabato 18 ottobre 2008

Torta alla Nutella e pistacchio di Bronte (o del Pakistan?)


Della serie, se non tutte le ciambelle riescono col buco... il buco puoi pur sempre farglielo tu! :)
Questa torta ha una lunga storia... ma voglio raccontarvela. Perché se nella vita qualcosa sembra andare storto, forse non è il caso di disperarsi. Non sempre almeno, e non subito. Forse prima vale la pena capire se quel qualcosa è veramente andato storto o se forse non è la tua immaginazione o il tuo stato d'animo del momento a fartelo pensare.

Ho assaggiato la mia prima torta di pistacchio e Nutella di Bronte durante una di quelle mostre enogastranomiche che dalle mie parti hanno un grandissimo successo in autunno. Era l'Ottobrata di Zafferana Etnea, non ricordo esattamente quando, ma dovevano essere almeno 6-7 anni fa. In uno degli stand potevi acquistare e goderti subito una golosissima fetta dell'autentica torta al pistacchio di Bronte. Ricordo che faceva freddo, freddissimo per essere una domenica di ottobre, ma affondando i denti in quella morbidissima delizia di Nutella e pistacchio il freddo spariva. Bè, ci credo, considerato quanto è calorica...

Fatto sta che da allora rimasi col ricordo di quella fantastica torta, e non ho mai avuto il coraggio di provare a farla da me. Forse la paura di sciupare il ricordo con qualcosa che non fosse all'altezza. Forse perché se hai provato qualcosa di bello, desideri che l'esperienza che abbiano le persone che ami di quella stessa cosa, sia quanto più possibile identica alla tua. Fino ad oggi. Stasera sono invitata a cena dal mio capo, un romano-cileno, sposato con un'andalusa e con una bambina un po' catalana un po' andalusa e un po' italiana e... insomma, so quanto è incuriosito dalla cucina siciliana e... (possiamo dirlo, visto che su questo blog ho uno pseudonimo), visto che è il miglior capo che si possa desiderare, vorrei regalargli un dolce tipico della mia terra, come faccio sempre del resto. Tempo fa gli proposi la parmigiana e la cassata. Per stasera, sono alcuni giorni che mi gira per la testa la torta di pistacchio e Nutella diBronte...

"Ma sei pazza?", direte. Mai azzardare una ricetta non testata in precedenza per un'occasione importante! E se non hai mai voluto tentare l'esecuzione della ricetta sinora, un motivo poi ci sarà, a partire dal fatto che è contro ogni assennato principio nutrizionale e quindi contro i tuoi, di principi. Tutte osservazioni ragionevoli, ma... che ve posso dì? :) Sarà perché è ottobre e piove e tutte le calorie di questa torta sono giustificate, sarà perché qui a Barcellona è impossibile trovare esempi di un dolce così, perché già è quasi impossibile trovare il pistacchio crudo non salato né tostato, anche nei supermercati più forniti. Sarà perché a volte uno ha anche bisogno di cibo che sia buono e basta, che ti stupisca e basta e che non sia il massimo dell'equilibrio dietetico, chissenefrega, si vive una volta sola e il mondo va tirato un po' sì ogni tanto, che fuori fa freddo e a volte la vita non è proprio come te lo aspetti ...

Insomma, l'idea di un sabato sera con torta a pistacchio e Nutella e la compagnia giusta, con la pioggia torrenziale fuori dalla finestra era troppo invitante. Aggiungete che saranno presenti ben 3 siciliani alla cena. Il mio ragazzo (siciliano-australiano che non ha mai assaggiato la torta di Bronte) e un mio collega con la sua ragazza (catanesi come me). Alla fine ho preso quella quantità spropositata di uova e di burro della ricetta originale, ho chiuso gli occhi (si fa per dire) e l'ho fatta. Anche perché poi finalmente sono riuscita a scovarlo il pistacchio, proprio ieri sera, col mal di denti e inzuppata di pioggia, dopo un lungo girovagare. Se ne stava lì, tutto solo, in un piccolo supermarket pakistano e nemmeno a costo esagerato. Non sarà pistacchio di Bronte, ma ci accontentiamo. La Nutella? La Nutella c'è, quella DOC. Qui a Barcellona sono convinti che è spagnola, figuratevi! La trovi in qualsiasi negozietto di alimentari, anche il più minuscolo.

La storia della torta al pistacchio col buco però non è finita. Perché sarà che il burro e le uova hanno sentito la mia disapprovazione, sarà sempre colpa del mio disgraziato forno con le sue misteriose temperature singhiozzanti, o del povero mixer agonizzante che, come si dice dalle mie parti, "non ne pò più dalla vita". Ma stamattina quando ho uscito la torta dal forno, ormai fredda, ho tremato. Quella diavolo di torta non era affatto alta come la ricordavo, nonostante l'abbondante bustina di lievito! E sembrava pure tutt'altro che morbida! L'ho tagliata a metà per farcirla. E sembrava drasticamente non lievitata! Per un attimo ho visto il destino di quel disco... volante! Fuori dalla finestra, ai gabbiani che aspettano sempre famelici dietro il davanzale.

E lì sarebbe finita, se non fosse stato per S., il mio ragazzo. S. è un architetto, abituato a trarsi fuori ogni giorno da qualsiasi situazione assurda, in qualsiasi paese del mondo si trovi. Oltre che essere un uomo molto ottimista, S. è anche un genio. E piuttosto goloso come genio! :D Insomma, ha avuto un'idea fantastica.
"Hai un taglia-pasta rotondo?" - mi fa, meditabondo, osservando la torta come osserva critico i suoi progetti su Autocad.
Io ero lì che quasi piangevo su quella che temevo fosse una torta-mattone che avrebbe ucciso qualche gabbiano e non riuscivo a capire.
"Assaggiamola", - mi propone S., "prima di metterti a piangere e salare i pistacchi che hai fatto tanta fatica a trovare non salati, assaggiamola e vediamo com'è, a me non sembra male".

Ora, S. non ne capisce granché di cucina, diciamocelo. Sa fare un pollo con le patate da dio, per carità, però finisce lì. Il suo concetto di cucina è: prendi-tutto-quello-che-trovi-in-frigo-mettilo-in-padella-e-poi-nel-piatto-meglio-se-abbondante. Però al momento dell'assaggio è un grande. Lì sì che ne capisce. Se una cosa non va bene, te lo dice, punto! In modo gentile, ma senza mezzi termini. Come quella volta che gli misi davanti un risotto alle zucchine che sapeva solo di zenzero... Insomma, non avevo niente da perdere. Spalmo l'interno della torta di uno strato abbondante di Nutella. La richiudo. Prendo il tagliapasta e con l'aiuto dell'architetto-assaggiatore presente faccio un bel buco, perfetto, proprio al centro. Signori, avevo trasformato la torta di pistacchio di Bronte in una ciambella di pistacchio del Pakistan! Se questa non è cucina fusion! :D

Assaggio della tortina... Hmmmm... Buona! Anzi buonissima!!! Identica a quella di Bronte! Insomma, poteva lievitare un po' di più, ma considerato che il mio mixer lascia il pistacchio tritato piuttosto grosso e non in polvere, va bene. La consistenza era comunque quella giusta. E il sapore fantastico. Non sapeva affatto di lievito, come sospettavo! L'esperienza era quasi identica a quella lontana sera a Zafferana: una torta golosa e morbida che ti si scioglie in bocca e ti stupisce con l'accostamento esotico del pistacchio profumato e della Nutella di cui facevi scorpacciate da bambina. Insomma, sensibilmente risollevata mi sono rimessa sulla torta per decorarla e quello che vedete è il risultato. La foto è di S. E' o non è un genio? Abbiamo convinto anche voi? Volete la ricetta? Ebbene, eccola:

Ingredienti

300 g di pistacchio crudo e sgusciato, 85 g di farina, 210 g di zucchero, 5 uova, 125 g di burro, 1 bustina di lievito, 1/2 cucchiaino di vanillina, 1/2 vasetto di Nutella.

Procedimento

Mettere il burro a sciogliere a bagnomaria. Intanto spellare i pistacchi. Per farlo mettete a bollire un po' d'acqua e poi spegnete e scottateci i pistacchi per un minuto. Non lasciateli troppo sennò si cuociono e perdono profumo. Se preferite che la vostra torta sia meno verde, ma più profumata potete evitare di spellarli.

Poi tritate i pistacchi e mettetene da parte 50 g per la copertura. Questa piccola parte va tostata in forno su una teglia coperta di carta forno per qualche minuto.

Mescolare lo zucchero con le uova e la vanillina con la frusta elettrica finché abbiano una consistenza spumosa. Poi aggiungere il burro, la farina, il lievito e i 250 g di pistacchi tritati. Mescolare bene e versare in una tortiera coperta di carta forno. Infornare per 45 minuti a 150 ° C. Io in realtà non so a quanti gradi fosse il mio forno, forse un po' troppo caldo perché si è un po' bruciacchiata e ci è rimasta solo 45 minuti (solitamente i dolci devono stare nel mio forno il doppio del tempo previsto dalle ricette). La crosticina scura (non necessariamente troppo cotta come la mia) che si forma in superficie può essere tagliata via.

Quando la torta è fredda si taglia a metà e si farcisce a piacere con la Nutella. Poi si richiude e se desiderate, questo è il momento di praticare il buco al centro col tagliapasta, come ho fatto io. ;) A questo punto, mettetela su una griglia, mettete sotto un foglio di carta forno e ricoprite la torta con un altro sottile strato di Nutella, anche le pareti esterne e centrali. Prendete la granella di pistacchio che avete messo da parte e ricoprite tutta la torta operando una leggera pressione con le dita. Ripetete l'operazione finché avrete finito tutto il pistacchio che cade sulla carta forno.

Un ultimo consiglio? Fate delle porzioni piccoleeeeeeeeee! E' proprio una bomba calorica, sta roba! Ma è troppo buona! Troppo sicilian food!!! Che nostalgia... :(

P.S. Colonna sonora della ricetta: "Super Trouper", degli Abba, nella versione cantata da Meryl Streep in "Mamma Mia!". :)

mercoledì 24 settembre 2008

Cheesecake ai lamponi




Più che di un blog, questo spazio ha l'aspetto di una raccolta di lettere sporadiche. Di quelle che una volta arrivavano dagli antipodi, da un parente che era emigrato e di cui non sapevi niente per mesi. E poi arrivava una busta tutta stropicciata, dall'aria esotica forse un po' bizzarra e tu sapevi perfettamente che quello che c'era scritto là dentro era già vecchio, datato. Perché di vita ne era trascorsa dal momento in cui era stata spedita.

Immagino che così si senta un occasionale lettore che si trovi a passare da qui. L'ultimo post risale a fine giugno. Un'estate è passata e rieccola qui, come se niente fosse. No, ma dico, non sarebbe meglio lasciar perdere. Non scrive abbastanza di altro, da altre parti? Pure con le ricette si deve cimentare? Lo so, magari avete ragione. Ma un quaderno di ricette è un quaderno di ricette. E non si può abbandonare così. E uno può cucinare sempre la solita banale minestra ogni giorno, ma poi può capitare un evento speciale, un giorno tranquillo senza troppo da fare e la passione per la cucina ti prende e con essa l'impellenza di raccontarla.

Così ecco la ricetta di settembre. Agosto e luglio sono passati senza nulla di nuovo, ma ce ne faremo una ragione. Guarda caso qui a Barcellona è di nuovo festa (e non è un caso che sia un caso, visto che solo i rari giorni di vacanza trovo il tempo di sedermi a scrivere sui miei blog): si festeggia La Mercè e sotto in strada c'è tanta di quella gente che nemmeno volendo potrei aprire il portone per uscire di casa. Mi ricorda il Carnevale di Acireale, la mia città: le bande, la musica, la gente, i Giganti, questi enormi mascheroni di cartapesta che fanno "cavalcate" sulla Rambla. Tutto molto caratteristico e popolare di sicuro, ma preferisco osservare il fenomeno da quassù. :D

Insomma, per farla breve (ma perché appena inizio a scrivere non la taglio più?), il 17 settembre era un anniversario: un anno che vivo qui. E per festeggiare la cosa ho organizzato una cenetta tête–à–tête con il mio ragazzo. Tema della serata: rouge. Significa che la tavola era decorata di rosso (e un po' di nero e bianco) e che anche il cibo era in rosso e con tocco un po' francais, très chic (non sto qui a spiegarvi perché il tocco francese, ci metterei un secolo). Persino io ero decorata di rosso. Nel senso di vestita di rosso, ovviamente. Il menu era il seguente:

Antipasto
Pommes Frites

Piatto principale (e unico)
Crêpes aux champignons

Dessert
Gâteau au fromage et framboises

Da bere... ehm... sangria! Vabbè, lo so che la sangria non è francese (se per questo nemmeno il cheesecake ai lamponi, no?), ma è rossa, rossissima e visto che viviamo in Spagna e S. la adora non potevo evitarla. :D

Il tutto pasticciato amorevolmente con le mie manine. Tutto riuscitissimo o quasi. La ricetta delle crêpes ve la do un'altra volta, riuscite benissimo grazie al nuovo padellino antiaderente acquistato al Corte Inglés. Quello che va perfezionato è la ricetta che sto per darvi, la cheesecake, che era buona ma con una base un po' troppo spessa e poco croccante. Inoltre, mi sono dimenticata di conservare dei lamponi crudi per decorare e ho fatto troppa, decisamente troppa salsina. La povera cheesecake navigava nella salsa di lamponi quasi. :( Ma il sapore era perfetto.
Ultima dritta, abbiamo scoperto che la cheesecake è più buona se fatta il giorno precedente e conservata in frigo per 24 ore. E adesso via con la ricetta!

Ingredienti
(per 2 persone)

50 g di biscotti Digestive, 15 g di burro fuso, 150 g di formaggio quark (io ho usato il classico Philadelphia), 1/2 uovo sbattuto, 40 g di zucchero, 1 cucchiaino di farina, 1/2 cucchiaino di vanillina, 100 g di lamponi,1 cucchiaio di zucchero di canna.

Procedimento

Mescolare bene il formaggio con lo zucchero, la vanillina, l'uovo e la farina. Prendere due mini stampi da plumcake di silicone, versare il composto e livellare bene. Tritare i biscotti Digestive e mescolarli con il burro fuso a bagnomaria, se il composto risulta troppo secco aggiungere un goccio di latte, ma non fatevi ingannare, meglio secco che molle. Aggiungere un sottile strato di questo composto sopra il precedente e livellare bene.

Mettere in forno già caldo a calore moderato (non chiedetemi niente di gradi, il mio forno a gas fa a meno di queste frivolezze, lo sapete già) per una mezz'oretta. Sfornare i cake, lasciarli raffreddare in frigo fino al momento di servire.

Intanto, preparare la salsa di lamponi: mettere in un pentolino lo zucchero e farlo caramellare due minuti, aggiungere metà dei lamponi e lasciar insaporire per 1-2 minuti a fuoco basso (non troppo sennò i lamponi diventano marmellata!).

Al momento di servire, rovesciare delicatamente i minicake sui piatti e decorare a piacere con la salsa di lamponi e i lamponi cotti (calda o fredda, decidete voi, io ho scoperto di preferirla fredda) e il resto dei lamponi crudi.

sabato 28 giugno 2008

Cookie integrali con noci, uvetta e cannella


Alla festa di S. Juan non sai mai quello che può succedere. C'è gente che va sulla spiaggia perfettamente in sè e il mattino dopo si ritrova senza portafogli e con una scarpa mai vista prima al piede destro. C'è chi si sveglia accanto a uno sconosciuto e chi parte per un lungo viaggio per la Spagna. E ancora non è tornato.


E' una notte strana quella di S. Juan, qui a Barcellona. I fuochi d'artificio ti rintronano o ti abbagliano e la vicinanza con la gente ti fa perdere identità. E' la festa dell'estate la notte tra il 23 e il 24 giugno, l'inizio e la fine di tutto, un modo per ricordarti che sei vivo e che la vita può essere violenta e imprevedibile.


Fatto sta che qui, quest'anno si è deciso di passarlo in casa, in terrazza, con tanti amici intorno a un barbecue, spiedini di pollo e avocado alla moustarde e salame inglese per dolce. I fuochi d'artificio ti circondano, ma non fanno paura, i gabbiani scompaiono e il vento moderato rende tutto più irreale. La città è lontana lì sotto e tu sai perfettamente chi sei, che domani avrai sempre un portafogli, le scarpe ai piedi e nessuno sconosciuto che ti dorme accanto.


L'indomani però ci sentivamo lo stesso un po' intontiti. Forse per tutta quella carne e l'alcol, per il caldo o per le ore piccole. Quindi a parte una dieta a pane, acqua e zucchine bollite, ci voleva qualcosa di gustoso, naturale e coccoloso per rinfrancarci. Considerato che per me l'avena è la panacea per tutti i mali e che avevo una certa quantità di uvetta da far fuori ho pensato a questi biscotti.

Ho preso spunto da varie ricette trovate in rete e le ho adattate agli ingredienti che avevo a casa. Sono venuti fuori dei grossi cookie (9 con queste dosi) croccanti e dolci che ho proposto a merenda con un'amica, vedendo un film argentino e sorseggiando latte di mandorla, e poi a colazione, con un tè leggero. E basta, perché poi sono finiti, ovviamente. :-)



Ingredienti

(per "vasetto" si intende un bicchierino di yogurt vuoto da 125 ml da usare come unità di misura)

1 e 1/2 vasetti di farina integrale, 1 vasett0 di fiocchi d'avena, 2 vasetti di noci spezzettate, 1 vasetto di uvetta, 1 vasetto di olio di semi di soia, 1 vasetto di zucchero di canna, 1 uovo, 1 cucchiaino di cannella, 1 cucchiaino abbondante di lievito, 1 cucchiaino di vanillina.


Procedimento

Mescolare in una ciotola con un cucchiaio di legno la cannella, il lievito, la farina, l'avena, le noci e l'uvetta (che prima avrete fatto rinvenire in un po' d'acqua e poi ben strizzata). In un altro contenitore mescolare energicamente con un cucchiaio di legno o una frusta l'olio con lo zucchero, l'uovo e la vanillina. Quando inizia a fare le bolle mescolare i due composti e poi, aiutandosi con un cucchiaio, formare dei dischi su una teglia coperta di carta forno (lasciare una certa distanza tra l'uno e l'altro perchè tenderanno a gonfiarsi molto e ad attaccarsi. Cuocere in forno finchè non sono un po' dorati. Io ho messo il mio catorcio di forno a fuoco moderato e ci sono rimasti per una mezz'oretta. Se possedete un forno normale direi che può andar bene un quarto d'ora. E' importante che appena sono cotti li usciate dal forno e li facciate raffreddare senza toccarli perchè tendono subito a sbriciolarsi. Appena si saranno raffreddati e saranno diventati ben secchi potete staccarli e spolverarli di zucchero a velo, se volete.